29 aprile 2011
Il Cipe approva il Programma Nazionale di Ricerca 2011-13
La ripresa economica mondiale c’è, ma è ancora debole nei paesi dell’occidente industrializzato nonostante il suo consolidamento dovuto ai programmi di stimolo fiscale e monetario. In questo scenario di riferimento è stato approvato dal Cipe il 23 marzo il Programma Nazionale di Ricerca 2011-13 che, nelle intenzioni dei suoi promotori, deve agire come componente strutturale di politica economica, puntando sulla progressiva integrazione tra offerta e domanda di ricerca, sulla costruzione di una rete di piattaforme e infrastrutture tecnologiche aperte al contributo e alla partecipazione del sistema produttivo, sull’incremento di redditività degli investimenti in ricerca. Favorire un processo di innovazione non è né semplice né lineare. Per questo il PNR si propone di ottenere risultati tangibili e duraturi sulla struttura sociale ed economica agendo contemporaneamente su più livelli: educazione, ricerca di base, ricerca applicata, trasferimento e sviluppo tecnologico, valorizzazione della proprietà intellettuale. Il presupposto da cui partire è che la spesa in ricerca può costituire uno dei più efficaci moltiplicatori del reddito. Ma ciò si può realizzare solo ad alcune condizioni. Di certo deve essere migliorato l’apporto pubblico alla spesa in ricerca sia in termini quantitativi sia qualitativi. Allo stesso tempo è importante che vengano risolte alcune criticità di fondo, quali, per esempio, una sottodimensionata dotazione di capitale umano, una scarsa attitudine del sistema pubblico di ricerca ad una concreta collaborazione con le imprese, un sistema di valutazione e controllo della ricerca non perfettamente allineato alla prassi internazionale, l’assoluta prevalenza di piccole e medie imprese nel tessuto produttivo nazionale che rende difficile l’incorporazione delle attività di ricerca e trasferimento tecnologico nel processo produttivo. Il PNR intende avviare l’aggiornamento degli strumenti di intervento pubblico tenendo presente che l’effettiva incidenza della spesa pubblica per la ricerca sulla struttura produttiva “reale” si scontra sia con i limiti di un apporto diretto che incide per lo 0,56 per cento del PIL sia con gli scompensi determinati da un volume di investimenti privati che si colloca al di sotto della media europea. Forse proprio per compensare quest’ultimo aspetto la normativa italiana di settore è tra quelle più “generose” a livello europeo, in termini di intensità dell’aiuto concesso. Ma ciò potrebbe aver inciso negativamente sulla propensione al rischio tipica delle economie avanzate, generando atteggiamenti conservativi e rendite di posizione. Le ipotesi di riforma in corso di elaborazione tendono perciò a realizzare una migliore ripartizione tra investimenti pubblici e privati, con l’obiettivo di incrementare la spesa globale senza aumentare l’ammontare dei contributi. A tal fine appare necessario diversificare gli strumenti e semplificare le procedure, allineando la nostra prassi a quella europea che privilegia il contributo in conto interessi a quello in conto capitale, e facilitando il ricorso al credito d’imposta e alla detassazione degli utili reinvestiti. Ma ciò non basta. Occorre anche, secondo il PNR, intensificare il rapporto tra venture capital, trasferimento tecnologico e innovazione produttiva. In tale ambito il MIUR prefigura un intervento mirato della Cassa Depositi e Prestiti – volto anche ad accelerare l’impiego del Fondo di Rotazione per Innovazione e Sviluppo – coordinato con la mission delle Fondazioni Bancarie, che agisca da facilitatore nello sviluppo degli investimenti in ricerca. Infine, il percorso della riforma include l’opportunità di dar corpo ad un nuovo strumento negoziale – il Contratto di Ricerca e Sviluppo – finalizzato all’attrazione e all’attuazione di investimenti strategici. La nuova impostazione propugnata dal PNR ha bisogno però di una più forte collaborazione e un più efficace coordinamento tra le diverse competenze istituzionali. Le Amministrazioni dello Stato e le Regioni devono promuovere e attuare maggiori livelli di integrazione, riducendo drasticamente la tendenza alla frammentazione e sovrapposizione di progetti, risorse e competenze. Lo Stato deve farsi carico dei progetti strategici di interesse nazionale e internazionale; le Regioni debbono prevalentemente accompagnare i sistemi territoriali verso l’adeguamento tecnologico e il potenziamento innovativo.
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