16 dicembre 2010
Internazionalizzazione e commercio con l’estero
Il commercio internazionale è stato spiegato attraverso due modelli: 1) Il modello di vantaggio assoluto attribuito ad Adam Smith (1776) secondo il quale una nazione esporta quei beni che produce ad un costo inferiore assoluto rispetto a tutte le altre nazioni 2) Il modello del vantaggio comparato nelle due versioni. a) Classico, teorizzato da Rcardo (1817) basata sul teorema dei costi comparati, secondo il quale una nazione esporta quei prodotti che produce ad un costo inferiore rispetto agli altri beni b) La versione di Heckscher e Ohlin (1933) che completa il modello di Ricardo fornendo una spiegazione basata sulla convenienza all’esportazione di quei beni laddoe esista una maggiore disponibilità di risorse produttive. Nel corso della storia varie sono state le teorie succedutesi in merito al conectto di investimento estero. Troviamo in questo senso la teoria di Hymer, il cui punto fondante è il possesso di alcuni vantaggi (di costo, di differenziazione), riconducibile ad eventi causali e dipendenti da forze-paese che possono tramutare uno svantaggio in un vantaggio e viceversa. Questa teoria ha dato il là ad altre importanti posizioni, che hanno sicuramente ispirato tra le altre la teorizzazione di Porter. Lo schema di Porter si fonda su di un “diamante” caratterizzato da: 1) Condizione di fattori 2) Condizione della domanda 3) Settori industriali correlati e di sostegno 4) Strategia, struttura e rivalità dell’impresa A questi si aggiungono il caso ed il governo. Il punto cardine della teoria è il vantaggio competitivo della nazione. La teoria di Porter si caratterizza dalla interdipendenza de fattori prima citati, che opportunamente amalgamati generano il vantaggio dell’impresa ed il suo posizionamento. Fissati alcuni spunti riflessivi che hanno sicuramente portato ad una innovazione delle posizioni delle imprese in ottica competitiva, si passa ora ad analizzare l’approccio di una corretta pratica di internazionalizzazione. Va preso atto che negli ultimi anni c’è stato un incremento degli scambi di beni, servizi e capitali fra vari paesi, attestandosi su di un 6,3% di crescita annuo. In tale prospettiva si potrebbe dire che quando l’aumento degli scambi avviene ad un tasso superiore a quello della crescita complessiva del PIL, significa sempre che ciò che si produce in un luogo si consuma in un altro. Altrettanto vero è che le filiere e l’intero ciclo produttivo si stanno dilatando nello spazio. Assumere che molti degli elementi che influenzano l’internazionalizzazione siano eterno, non significa che la traiettoria di sviluppo si predefinita nella direzione e nel contenuto. Ogni impresa ha un certo spazio di discrezionalità nello scegliere il proprio vettore di sviluppo. Un strategia deve individuare questo margine di discrezionalità e fissare dei punti basilari. In alcuni casi una strategia può basarsi su di una serie di eventi strumentalizzabili allo scopo, in altri casi la strategia è già segnata ed l’impresa deve seguirla. In altri casi ancora, può essere opportuno effettuare una ricognizione ed elaborare una strategia alternativa. Un’analisi dei diversi fattori è quindi basilare per stimare l’evoluzione delle variabili sulle quali costruire la strategia. Occorre quindi individuare ed analizzare: 1)tendenze che informano i grandi accordi internazionali 2) direzione dei flussi commerciali 3) corso degli investimenti esteri e finanziamenti 4) evoluzione dei costi 5) dinamica dei tassi di cambio e di mercato Occorre controllare altresì le mosse di concorrenti, l’evoluzione delle tecnologie. Le scelte di posizionamento spaziale sono per loro natura scelte strategiche. Abbiamo già esposto il concetto di strategia come sistema di scelte e di azioni che consente al’impresa di posizionarsi sul mercato e mantenere o accrescere tale posizionamento. Cosa significa quindi impostare una strategia di internazionalizzazione? Prima di tutto individuare il posizionamento spaziale che consente all’impresa di ottimizzare i risultati, cioè a dire, scelta dei mercati di approvvigionamento, dei luoghi nei quali posizionare la R&S, punti i cui dislocare la produzione, paesi sui quali vendere, piazze finanziarie dalle quali attingere il capitale di rischio e di credito. Al fine di ottenere un corretto equilibrio aziendale è necessario che vi sia congruenza fra le scelte sui diversi fonti, incluso quello spaziale, su cui si dispiega l’attività Una scelta strategica non è mai disgiunta dalle altre, ma deve essere comunque valutata coerentemente come insieme di fattori. È proprio questa natura sistemica che rende le scelte strategiche difficili da costruire. L’internazionalizzazione ha luogo nel momento in cui un’impresa amplia le politiche di approvvigionamento, vendita, trasformazione al di là dei confini propri dello Stato di partenza. Le difficoltà di qualsiasi spinta espansiva che l’impresa incontrerà e dovrà valutare sono sintetizzabili: 1) Ostacolo dei confini e delle dogane cui si legano rischi di costo o di prezzo. Ma può essere a rischio a seconda della politica doganale adottata dai paesi di espansione, al stessa politica di approvvigionamento. 2) I confini valutari. A fare da crocevia quale dinamica che deve necessariamente essere valutata, i cambi, rappresentano una variabile influenzante sia l’approvigionamento, lo sbocco e la localizzazione produttiva. 3) Discontinuità normativa e giurisdizionale dovuta al cambiamento di norme ed autorità. Si parla in tale senso del cosidetto Riscio paese, da valutare da assicurare con strumenti opportuni, da studiare per rispettarne le varie norme. Ovviamente l’incappare in normative totalmente diverse da quelle di origine fa sorgere maggiori rischi e produce un incremento dei costi. 4) Barriere linguistiche, con impatto negativo sui costi per la eventuale traduzione o doppiaggio in tema di marketing e diffusione del prodotto 5) La discontinuità nel contesto. Vi sono realtà e mercati di sbocco in cui cambia tutto rispetto a quello di origine. Questo richiede un processo di adattamento diverso e più impegnativo che va a frenare la strategia, in quanto richiede una rielaborazione del progetto base, con evidente aumento dei costi. L’operazione di internazionalizzazione è quindi una scelta di natura strategica, in quanto altera la struttura di fondo dell’azienda. Di internazionalizzazione si può benissimo parlare anche quando un’impresa accede a paesi diversi nell’approvvigionamento, nella ricerca e sviluppo, nella vendita. In sé e per sé l’internazionalizzazione non è altro che un movimento lungo uno dei quattro assi fondamentali che caratterizzano l’assetto strategico dell’impresa: a) Geografico b) Del prodotto offerto c) Dei segmenti di mercato serviti d) Delle tecnologie impiegate Dato l’intrecciarsi di questo fattori, e quindi di problematiche relative a realtà diverse e sconosciute, nel percorso si apre una sequenza di questioni che devono essere prese in considerazione. 1) Rispetto a quale anello della filiera si pone un problema di riposizionamento spaziale? Occorre allora accertare se occorra internazionalizzarsi nel mercato di sbocco, nella R&S o in più fasi della catena 2) Per ciascuna di queste scelte occorre identificare non solo la generica necessità di internazionalizzarsi, ma anche verso quale paese. La scelta dello spazio che offre le migliori condizioni è dunque l’altra grande questione alla quale occorre dare risposta. È meglio procedere dai paesi fisicamente o “psichicamente” più vicini per andare poi verso quelli più lontani, oppure si devono seguire altri criteri? 3) Scelto l’anello delle filiera da riposizionare nello spazio ed individuato il paese più favorevole, si apre il problema di individuazione delle modalità con cui procedere. 4) Infine, quale assetto organizzativo è necessario per realizzare quel riposizionamento competitivo spaziale per guadagnare o preservare un vantaggio competitivo sia dal punto di vista economico che fiscale Occorre quindi procedere con un’analisi di diversi elementi: 1) Un impianto teorico concettuale tipico della disciplina “gestione strategica” che definisce le relazioni fra una serie di variabili chiave 2) L’esecuzione di una serie di analisi secondo un processo che vede dapprima la raccolta di elementi che definiscono la struttura del campo competitivo e dei relativi e specifici fattori critici di successo in quella precisa arena; poi l’esame delle competenze distintive dell’impresa e la ricerca del posizionamento che consente di raggiungere e mantenere un vantaggio competitivo difendibile e con esso la realizzazione di un equilibrio economico, finanziario e patrimoniale. Sembrerebbe che tutte le imprese abbiano qualche motivo per andare all’estero, ma in realtà esistono ancora situazioni in cui la motivazione ad internazionalizzare non è così forte. Occorre comunque impostare la scelta su canoni di convenienza all’internazionalizzazione. Tale scelta si deve fondare su motivazioni interne ( cioè la volontà di rafforzare un vantaggio competitivo) ed esterne, dovute fondamentalmente a vincoli ed opportunità che spingono obbligatoriamente all’estero e quindi ad scire da un unico mercato nazionale. L’avvio del processo prende le mosse da una o più attività della catena di valore aziendale. Il principale punto cui riferire una corretta strategia rimane comunque quella relativa al mercato di sbocco, con riferimento al settore vendite, sollecitato da ordini di intermediari esteri in occasione di fiere o esposizioni internazionali. In ogni caso, una corretta strategia, sia riferibile ad un mercato di sbocco, sia alle fonti finanziarie, sia ai mercati di approvvigionamento, deve essere oggetto di attento studio e può essere sviluppata in vari modi. Questi, comunque fanno in ogni caso riferimento ad un modello che deve necessariamente seguire un iter cronologico-decisionale preciso. Esistono dunque vari modelli cui riferirsi per un approccio internazionale, ma sia partendo da quelli elaborati nel 1975 da Johanson e Wiedersheim-Paul, fino ad arrivare al più recente modello di Crick, si coglie in essi un comune denominatore della gradualità e della valutazione fondata su fasi distinte ma congiunte. L’approccio internazionale quindi, implica l’elaborazione di un corretto piano strategico e la fissazione a monte di obiettivi di breve,medio e lungo periodo. Abbiamo già visto come un piano strategico sia fondamentale per una maggiore competitività del business, ma in ottica estera tali scelte implicano uno studio più approfondito ed attento. Diventa fondamentale quindi una analisi dei vari fattori che già si sono citati in questo lavoro e inesorabilmente influenzano una scelta. Si parla dei fattori geografici e di una valutazione del clustering della nazioni che possono costituire potenziali interessanti al business aziendale. In tale contesto dunque l’individuazione del cluster di nazioni che possano attrarre l’investimento è fondamentale. L’analisi non può prescindere dal fissare una serie di requisiti che si sostanziano in fattori politici ( la stabilità politica della nazione è fondamentale per accrescerne l’attrattività) economici ( economie fortemente incentrate sull’innovazione rappresentano un sicuro mercato in cui competere) fiscali (una politica fiscale favorevole è sicuramente più attrattiva). Si prendono le mosse da questo ultimo spunto per analizzare un mercato particolare di esprortazione: quello dei capitali. Se l’internazionalizzazione è un processo che riguarda fondamentalmente un determinato settore produttivo dell’azienda, si vuole in questo contesto porre l’attenzione su come una corretta strategia di investimento del proprio capitale rappresenti un altrettanto fondamentale fattore di crescita. In tale contesto, l’analisi si deve porre non solo sui fattori già precedentemente visti, ma sull’esistenza di eventuali accordi/Trattati in essere tra i vari paesi che possano produrre benefici economici e fiscali all’esportatore/investitore. In tale ottica quindi si capisce come anche l’esportazione di capitali rappresenti una scelta strategica dei benefici che si vogliono perseguire. Va da sé che un investitore di capitali intenda: proteggere il proprio patrimonio e subire un basso livello di tassazione sullo stesso. Spesso è necessario internazionalizzare il proprio capitale a causa di politiche fiscali troppo onerose. In tale prospettiva quindi si devono analizzare i vari benefici offerti dalla fiscalità internazionale. Spesso si parla di tax Heaven o paradiso fiscale con accezioni negative. Il paradiso fiscale rappresenta una scelta di investimento, uno strumento di protezione del patrimonio. Non si può non sostenere che la scelta di localizzare il proprio patrimonio, ma spesso anche il proprio business in un paese piuttosto che un altro sia di natura strategica ed influenzata anche dal livello di fiscalità presente.
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